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75° Anniversario della nostra scuola

La scuola del passato                      

Io ho chiesto ai miei nonni che cosa si ricordavano di quando loro sono andati a scuola, ho visto che erano molto contenti che qualcuno si interessasse a una parte della loro vita e mi hanno raccontato molte cose con spontaneità. L’ edificio non è cambiato molto, tranne i bagni che un tempo erano “bagni turchi” e solo le maestre ne avevano uno privato, sempre chiuso a chiave. Sono stati rinnovati anche gli infissi delle finestre e sono stati aggiunti i termosifoni; infatti, negli anni ’40 solo le maestre sotto la cattedra avevano un braciere a cui i bidelli Antonio e Marietta portavano ogni tanto dei carboni. L’ aula era senza armadi e con una lampadina che pendeva dal soffitto. Era arredata sempre con il crocifisso, il quadro del Duce Benito Mussolini e quello del Re Vittorio Emanuele terzo, mentre nei corridoi c’ era l’ immagine della lupa di Roma. L’ aula era piena di banchi di legno con la sedia incorporata, con il piano inclinato ed un buco, per il calamaio dell’ inchiostro, che la mattina i bidelli riempivano. Le classi erano molto numerose, da 20 a 40 bambini. Tutti avevano un grembiule nero con un colletto bianco e le femmine anche un fiocchetto in testa. Per scrivere si usava un pennino e un piccolo quaderno con la copertina nera di cui i bambini, quando lo consumavano, ritagliavano delle rondinelle. I miei nonni si ricordavano che le loro insegnanti non erano cattive ma, se qualcuno le faceva arrabbiare, prendevano la loro riga lunga 50 cm e con 2 cm di spessore e la davano sulle mani dei bambini. Ogni classe era o di soli maschi o di sole femmine, perfino i bidelli erano dello stesso sesso dei bambini. Tutti i miei nonni si ricordano che in tempi di guerra la piccola italiana (le donne), in caso di manifestazioni, si metteva una divisa: gonne nera e camicetta bianca mentre i maschi, (piccolo balilla) indossavano pantalone e giubbino nero e sulle spalle un fazzoletto azzurro. Le maestre alle femmine chiedevano di portare un po’ di lana per insegnare loro a cucire dei calzini per i militari in guerra, i ferri erano i bastoncini dell’ ombrello oppure, per chi non li aveva, dei ramoscelli d’ ulivo appuntiti. La scuola, ieri come oggi, era anche un punto d’incontro, infatti i bambini più poveri scambiavano i fichi secchi con delle mentine che prendevano dal loro negozio i bambini più ricchi. I maestri allo stesso tempo erano buoni; infatti, don Antonio Lippolis se si arrabbiava “mollava” uno schiaffone ma poi regalava una caramella. Tutto il paese ricorda una vigilia di Natale quando a don Antonio, mentre sollevava Gesù bambino, gli cadde a terra e si ruppe ma lui umoristicamente disse:<<è nato, è morto ed è andato in paradiso>>.

Antonello Palasciano V C   

 

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